Imparare a stare nel cambiamento
Un tempo per accogliere ciò che cambia, dentro e fuori di noi. Lasciare andare, fare spazio e ritrovare il proprio naturale fluire.
L’autunno non trattiene. Trasforma
In autunno il paesaggio sembra raccontare una storia di perdita: le giornate si accorciano, le foglie cambiano colore e infine cadono, la vegetazione rallenta.
Ma ciò che accade nelle piante è più complesso.
La senescenza delle foglie non è semplicemente uno spegnimento. È un processo biologico finemente regolato durante il quale la pianta degrada alcuni componenti cellulari e recupera nutrienti preziosi, trasferendoli verso altri organi prima della caduta della foglia. In molte piante, elementi essenziali come l’azoto vengono così rimobilizzati e resi nuovamente disponibili per altre funzioni.
L’autunno può allora suggerirci una metafora diversa: trasformare non significa necessariamente perdere. A volte significa riconoscere ciò che può essere conservato, ciò che deve cambiare forma e ciò che può essere lasciato andare.
È da questa osservazione che nasce l’idea del Flow Retreat.
Fluire non significa lasciarsi trasportare
La parola flow potrebbe far pensare a un generico “lasciarsi andare”. Non è questo il significato che vogliamo darle.
Fluire significa sviluppare la capacità di stare dentro un processo che cambia senza pretendere di immobilizzarlo, ma anche senza rinunciare alla possibilità di orientarlo.
Già Eraclito, tra il VI e il V secolo a.C., aveva posto il divenire al centro della propria riflessione. La celebre formula panta rhei, “tutto scorre”, tradizionalmente associata al suo pensiero, sintetizza una delle intuizioni fondamentali dell’eredità eraclitea: la realtà non è costituita soltanto da cose stabili, bensì da processi e trasformazioni continue.
Questa intuizione attraverserà una lunga storia filosofica e troverà nuove formulazioni nella moderna filosofia del processo, che considera il cambiamento non come un accidente che interviene su una realtà altrimenti immobile, ma come una caratteristica fondamentale del reale.
Stare nel cambiamento, dunque, non significa essere passivi. Significa imparare a distinguere fra ciò che possiamo scegliere, ciò che possiamo accompagnare e ciò che non possiamo controllare.
Una mappa simbolica: l’acqua e Svadhisthana
A questa idea del fluire possiamo accostare, su un piano diverso e dichiaratamente simbolico, anche una delle mappe elaborate dalla tradizione yogica e tantrica indiana.
Nel sistema dei chakra, Svadhisthana, generalmente indicato come il secondo chakra, viene tradizionalmente associato all’elemento acqua. Nelle successive interpretazioni della simbologia dei chakra, all’acqua vengono inoltre associate qualità come fluidità, sensibilità, creatività e capacità di attraversare il cambiamento.
È importante precisare ciò che questa associazione non significa.
Un chakra non è una struttura anatomica dimostrata dalla fisiologia contemporanea e questa rappresentazione non deve essere sovrapposta ai modelli scientifici dell’organismo. Possiamo invece avvicinarci ad essa come a una mappa simbolica dell’esperienza umana, appartenente a una specifica tradizione culturale e contemplativa.
L’immagine dell’acqua è, in questo senso, particolarmente fertile. L’acqua incontra ciò che trova, assume forme differenti, attraversa ostacoli, può fermarsi e riprendere il proprio corso. Non è priva di forza proprio perché è fluida.
In questa prospettiva, fluire non significa perdere forma o direzione, ma coltivare la capacità di rimanere presenti anche mentre la forma cambia.
Perché cambiare può essere così difficile?
Anche il nostro organismo vive attraverso il cambiamento.
Il fisiologo Peter Sterling e l’epidemiologo Joseph Eyer introdussero negli anni Ottanta il concetto di allostasi, successivamente sviluppato soprattutto dal neuroscienziato Bruce McEwen: gli organismi mantengono la propria stabilità non restando immobili, ma modificando continuamente le proprie risposte in funzione delle richieste dell’ambiente.
McEwen riprese questo principio come “stabilità attraverso il cambiamento”. Le risposte fisiologiche allo stress possono essere adattive nel breve periodo; quando però l’attivazione diventa eccessiva, ripetuta o prolungata, può prodursi quello che McEwen definì carico allostatico: il costo cumulativo dell’adattamento.
C’è qui un apparente paradosso molto interessante: vivere richiede stabilità, ma la stabilità del vivente dipende dalla capacità di cambiare.
Naturalmente, questo modello fisiologico non costituisce una dimostrazione scientifica dell’idea filosofica del “fluire”, né della rappresentazione simbolica dei chakra. Offre però un’altra prospettiva, questa volta biologica, dalla quale osservare un dato fondamentale della vita: un organismo vivente deve continuamente modificare le proprie risposte alle condizioni che incontra.
Forse “fluire” può essere letto anche così: non come ricerca di un’impossibile assenza di difficoltà, ma come capacità di trovare risposte sufficientemente flessibili a ciò che accade.
Il corpo sa che qualcosa sta cambiando
Prima ancora di formulare un pensiero, il corpo raccoglie continuamente informazioni sul proprio stato interno: battito cardiaco, respiro, temperatura, tensione, fame, sazietà e molte altre condizioni fisiologiche.
Questa capacità viene studiata attraverso il concetto di interocezione, cioè l’insieme dei processi attraverso i quali il sistema nervoso riceve, integra e interpreta segnali provenienti dall’interno dell’organismo.
Norman Farb e colleghi, in un importante lavoro pubblicato nel 2015 su Frontiers in Psychology, hanno messo in relazione lo studio dell’interocezione con le pratiche contemplative, sottolineando al tempo stesso quanto questo campo sia complesso e ancora in evoluzione.
Le pratiche contemplative e di mindfulness possono intervenire su alcune dimensioni della consapevolezza corporea. La letteratura invita tuttavia a distinguere accuratamente le diverse componenti dell’interocezione e il modo in cui vengono misurate.
Questo è importante: consapevolezza non significa interpretare ogni sensazione, ma imparare innanzitutto ad accorgersene.
Fare spazio
Jon Kabat-Zinn, che dalla fine degli anni Settanta ha contribuito in modo decisivo all’introduzione della mindfulness in ambito clinico occidentale attraverso il programma MBSR – Mindfulness-Based Stress Reduction – ha descritto la mindfulness come una particolare qualità dell’attenzione, intenzionalmente rivolta all’esperienza del momento presente e caratterizzata da un atteggiamento non giudicante.
Fare spazio può allora iniziare da qualcosa di molto semplice:
rallentare → osservare → riconoscere → scegliere.
Non necessariamente eliminare. Non necessariamente cambiare vita. E neppure convincersi che tutto ciò che accade debba essere accolto positivamente.
Piuttosto, creare una piccola distanza dagli automatismi per poter riconoscere ciò che sta accadendo prima di decidere come rispondervi.
La natura non è immobile: vive attraverso il cambiamento
Spesso utilizziamo la natura come immagine della stabilità. Parliamo di “equilibrio naturale”, quasi immaginando un sistema che, quando non viene disturbato, rimane uguale a sé stesso.
Un ecosistema è invece attraversato continuamente da trasformazioni, scambi, competizione, cooperazione, nascita, morte, decomposizione e rigenerazione.
Ciò che chiamiamo equilibrio non coincide necessariamente con l’immobilità. Nei sistemi viventi, la continuità può emergere proprio dalla capacità di modificarsi.
La senescenza autunnale delle foglie ne è un piccolo esempio. Prima della loro caduta, molti nutrienti vengono recuperati e redistribuiti dalla pianta. La materia cambia destinazione e funzione; ciò che appare come una fine partecipa ad altri processi.
Il pensiero sistemico ci invita proprio a spostare l’attenzione dagli oggetti isolati alle relazioni, ai processi e alle trasformazioni che li collegano.
Guardare un bosco in autunno da questa prospettiva significa allora vedere qualcosa di diverso: non semplicemente qualcosa che finisce, ma un sistema vivente che cambia configurazione.
Perché un retreat?
La parola inglese retreat significa letteralmente ritirarsi, arretrare, prendere distanza.
Nel contesto delle pratiche contemplative e di consapevolezza, non indica necessariamente una fuga dalla quotidianità. Può rappresentare piuttosto una temporanea sottrazione al suo ritmo abituale.
Cambiare luogo, diminuire gli stimoli, trascorrere tempo nella natura, camminare, respirare consapevolmente, praticare il silenzio o semplicemente concedersi tempi meno frammentati può creare condizioni differenti per l’attenzione.
Non perché la natura debba darci risposte.
Ma perché, diminuendo per qualche tempo il rumore, può diventare più facile formulare le domande.
Un retreat può allora essere pensato come uno spazio di soglia: un tempo sufficientemente distante dalla routine per poterla osservare, ma ancora profondamente collegato alla vita alla quale torneremo.
Non occorre “saper meditare”, né aderire a una particolare visione spirituale.
La questione è molto più semplice e, forse, più impegnativa: esserci.
Imparare a stare nel cambiamento
Forse il punto non è imparare a lasciare andare tutto.
Alcune cose devono essere custodite. Altre difese sono state necessarie. Alcuni legami meritano di essere protetti. Alcune trasformazioni devono essere orientate, non semplicemente accettate.
Fluire non significa rinunciare alla propria capacità di scelta.
Significa riconoscere che vivere comporta continuamente il confronto tra continuità e trasformazione, stabilità e adattamento, intenzione e imprevedibilità.
L’autunno rende questo processo visibile.
Possiamo attraversarlo distrattamente oppure fermarci abbastanza a lungo da osservarlo.
E forse, osservando ciò che cambia fuori di noi, possiamo diventare un poco più capaci di riconoscere ciò che sta cambiando dentro.
Non tutto ciò che lasciamo andare è una perdita.
A volte è lo spazio necessario perché qualcosa possa cambiare forma.
Riferimenti essenziali
- Farb, N., Daubenmier, J., Price, C.J., Gard, T., Kerr, C., Dunn, B.D., Klein, A.C., Paulus, M.P., Mehling, W.E. (2015). Interoception, contemplative practice, and health. Frontiers in Psychology, 6, 763. DOI: 10.3389/fpsyg.2015.00763.
- Havé, M., Marmagne, A., Chardon, F., Masclaux-Daubresse, C. (2017). Nitrogen remobilization during leaf senescence: lessons from Arabidopsis to crops. Journal of Experimental Botany, 68(10), 2513–2529. DOI: 10.1093/jxb/erw365.
- Kabat-Zinn, J. (2003). Mindfulness-Based Interventions in Context: Past, Present, and Future. Clinical Psychology: Science and Practice, 10(2), 144–156. DOI: 10.1093/clipsy.bpg016.
- McEwen, B.S. (1998). Stress, Adaptation, and Disease: Allostasis and Allostatic Load. Annals of the New York Academy of Sciences, 840, 33–44. DOI: 10.1111/j.1749-6632.1998.tb09546.x.
- McEwen, B.S. (1998). Protective and Damaging Effects of Stress Mediators. New England Journal of Medicine, 338, 171–179. DOI: 10.1056/NEJM199801153380307.
- McEwen, B.S., Gianaros, P.J. (2011). Stress- and Allostasis-Induced Brain Plasticity. Annual Review of Medicine, 62, 431–445.
- Sterling, P., Eyer, J. (1988). Allostasis: A New Paradigm to Explain Arousal Pathology. In S. Fisher & J. Reason (eds.), Handbook of Life Stress, Cognition and Health. Wiley.
- Stanford Encyclopedia of Philosophy. Process Philosophy, per l’inquadramento storico del pensiero processuale e il riferimento a Eraclito.
- Per il riferimento a Svadhisthana e alla tradizione dei chakra, il richiamo nell’articolo è utilizzato esclusivamente sul piano storico-culturale e simbolico della tradizione yogica e tantrica, senza attribuirgli equivalenza anatomica o validazione fisiologica.
Domande frequenti
Che cos’è un retreat?
Un retreat è un periodo circoscritto nel quale ci si allontana temporaneamente dai ritmi e dagli stimoli abituali per dedicare maggiore attenzione all’ascolto, alla consapevolezza e all’esperienza presente. Può comprendere meditazione, silenzio, pratiche corporee, cammino e contatto con la natura.
Qual è la differenza tra un retreat e una vacanza?
Una vacanza è principalmente un tempo di riposo, svago o scoperta. Un retreat introduce anche un’intenzione: creare condizioni che permettano di osservare con maggiore attenzione sé stessi, le proprie abitudini e il proprio modo di stare in relazione con ciò che accade.
Bisogna sapere meditare per partecipare a un retreat?
Non necessariamente. Molte esperienze sono accessibili anche a chi non ha mai praticato meditazione. La consapevolezza può essere coltivata attraverso il respiro, il movimento, il cammino, il silenzio, l’ascolto e l’attenzione alle sensazioni corporee.
Cosa significa “lasciare andare”?
Non significa dimenticare, rinunciare o accettare passivamente qualsiasi situazione. In questo contesto significa riconoscere ciò che non ha più bisogno di essere trattenuto e creare lo spazio necessario per rispondere in modo diverso a ciò che cambia.
Perché collegare il tema del cambiamento all’autunno?
L’autunno rende particolarmente visibili processi che appartengono continuamente ai sistemi viventi: trasformazione, rimobilizzazione delle risorse, senescenza, decomposizione e preparazione a nuove fasi. Per questo può diventare un contesto particolarmente fertile nel quale osservare il nostro rapporto con il cambiamento.
Che cosa significa “fluire”?
Fluire non significa essere passivi o rinunciare alla capacità di scegliere. Significa riconoscere che la stabilità dei sistemi viventi dipende anche dalla loro capacità di modificarsi e di trovare risposte adeguate alle condizioni che cambiano.
Che cosa c’entrano i chakra con il concetto di Flow?
Il collegamento è simbolico, non scientifico.
Nelle tradizioni yogiche e tantriche, Svadhisthana è associato all’elemento acqua. L’immagine dell’acqua offre una rappresentazione particolarmente efficace della fluidità, della capacità di adattarsi e del cambiamento.
Nell’ambito di Flow questa simbologia viene utilizzata come una possibile mappa dell’esperienza, non come modello anatomico o fisiologico.
Fluire, in questa prospettiva, non significa lasciarsi trasportare passivamente, ma imparare a restare presenti anche quando qualcosa cambia forma.
Esistono prove scientifiche dell’esistenza dei chakra?
I chakra appartengono alle tradizioni contemplative, filosofiche e religiose dell’India e non corrispondono a strutture anatomiche riconosciute dalla medicina o dalle neuroscienze contemporanee.
Sarebbe però altrettanto riduttivo utilizzare questa distinzione per cancellare una domanda interessante.
La ricerca scientifica contemporanea sta mostrando con sempre maggiore precisione quanto la regolazione dell’organismo non dipenda esclusivamente dal cervello.
L’intestino possiede un proprio complesso sistema nervoso enterico, formato da circuiti neuronali intrinseci e spesso definito, in ambito divulgativo e talvolta scientifico, “secondo cervello”.
Anche il cuore possiede un sistema nervoso cardiaco intrinseco, costituito da gangli, neuroni afferenti, efferenti e circuiti locali capaci di partecipare alla regolazione dell’attività cardiaca. Per questa ragione nella letteratura neurocardiologica viene talvolta utilizzata l’espressione little brain of the heart.
Queste scoperte non dimostrano l’esistenza dei chakra e non autorizzano a identificare Svadhisthana con il sistema nervoso enterico o Anahata con il sistema nervoso cardiaco.
Le due mappe nascono da tradizioni, metodi e linguaggi profondamente differenti.
È però interessante osservare come antiche rappresentazioni simboliche abbiano attribuito particolare significato a determinate regioni del corpo e come la ricerca contemporanea stia, attraverso strumenti completamente diversi, rivelando una complessità della comunicazione tra cervello, cuore, intestino e altri organi molto maggiore di quanto si immaginasse in passato.
Coincidenze? Intuizioni nate dall’osservazione del corpo? Sovrapposizioni che costruiamo a posteriori?
Non abbiamo elementi scientifici per scegliere una di queste interpretazioni.
Ed è forse proprio qui che diventa interessante fermarsi: non per trasformare una somiglianza in una prova, ma per lasciare aperta una domanda.
Perché la Biofattoria Cà d’Pignat parla di rigenerAzione?
Perché crediamo che il benessere nasca dall’incontro tra ambiente, relazioni, alimentazione, natura, sostenibilità e ritmi più umani. Non consideriamo questi elementi separati, ma parti di un unico sistema che può favorire un’esperienza di autentica rigenerAzione che sostiene il nostro ritornare all’azione, questa volta consapevole
