Voi stirate? Neanch’io. Trovo che stirare sia utile e divertente quanto prendersi a martellate sui mignoli, e preferirei spalare letame piuttosto che toccare un ferro da stiro. Queste mie affermazioni vi sembreranno senza dubbio molto sensate, ma per mia mamma e mia nonna è una vera tragedia.
Invano hanno tentato di abituarmi, fin da piccola, a stirare indumenti e biancheria. Mi avevano comprato un ferro da stiro giocattolo, e quand’ero più grandicella mi avevano messo a stirare fazzoletti e asciugamani. Sono cresciuta con l’idea che stirare è una croce che bisogna portare. Nonostante ciò, non ho mai preso l’abitudine di stirare, e sapete perché? Per lo stesso motivo per cui voi (o molt* di voi) non lo fate: perché è inutile.
Una volta diventata studentessa universitaria fuori sede, insieme alla scoperta del funzionamento della lavatrice, è arrivata l’illuminazione: i miei vestiti erano assolutamente accettabili, pur non essendo stirati. Tempo mezz’ora, e mi si stiravano addosso. Chiaramente non porto camicie – non credo che per quelle funzioni – ma questo vale per tutto il resto. Il risultato è quasi lo stesso: perché perdere tempo per un’inezia simile? In ogni caso, ho pensato, se uno si ferma a osservare l’orlo dei jeans leggermente stropicciato, non ha proprio niente di meglio da fare.
Forte dei miei nuovi ideali, durante un finesettimana passato in famiglia ho parlato a mia madre, che si lamenta sempre del carico di roba da stirare. “Non stirare le mie cose”, le ho detto con vaga aria da benefattrice, “usa piuttosto quel tempo per leggerti un libro”. Impossibile convincerla della convenienza dello scambio. Stirare è un mito duro a morire!
Ma che cosa significa, stirare? Nella mia memoria di bambina, ha le sembianze di un rituale: il mucchio di biancheria stropicciata da una parte, il vapore caldo e soffocante in mezzo, la fatica e il sudore anche in piena estate, la radio o la tivù accesa, e la pila di cose candide, rigide, perfette, che si innalza sempre di più. Tutto deve essere pulito e stirato, e riposto in ordine nei cassetti.
C’è da dire che mia nonna, come ogni nonna, stirava letteralmente qualsiasi cosa: lenzuola, asciugamani, pigiami, canovacci, canottiere, mutande… dubito ci fosse qualcosa che non stirava. Ora, io capisco stirare una camicia o un vestito a pieghe, ma le mutande? Il pigiama? E i canovacci? Mi sembra comprensibile a chiunque che impiegare il tempo in questo modo sia uno spreco. Eppure questa abitudine è piuttosto diffusa; alle nostre madri è stata tramandata, e loro oggi sono schiacciate tra questo tipo di occupazioni casalinghe e il lavoro.
Mia nonna ritratta mentre stira le mutande (o Henry Robert, “A Laundry Maid Ironing”. 1765-82 ca, Tate Gallery) fa parte della storia del valore della stiratura che riscattava dal basso livello popolare
Quando mia mamma ha saputo che da anni nemmeno toccavo un ferro da stiro, è rimasta prima di tutto incredula, convinta che avessi trovato un metodo alternativo per stirare le cose. Alla scoperta della verità è seguita la preoccupazione per la propria reputazione: “Bella figura mi fai fare! Se vai in giro con i vestiti stropicciati, poi la gente pensa: ma che madre degenere ha quella ragazza!” E qui sono rimasta pietrificata. Avevo capito il perché di tutto quello zelo. Nella mente di mia madre, era ovvio che la donna di casa dovesse stirare gli indumenti di tutta la famiglia. E non solo: era su questo che si misurava la sua capacità di essere donna, moglie e madre, ed in questo era giudicabile a prima vista.

Mi sono tornate in mente le famose rivalità tra suocera e nuora, scenette sbiadite (ma non così lontane) in cui la suocera arriva in casa e controlla che le tende siano pulite e stirate, non ci sia polvere sui mobili, la perfezione degli abiti di tutta la famiglia. Era la donna la responsabile della presentabilità di ognuno, della pulizia e dell’ordine, e se non sapeva fare questo, beh, valeva poco.
Il campo d’azione dell’uomo erano invece i lavoretti di muratura e carpenteria, i lavori di trapano e avvitatura, riparazioni e costruzioni. (Perlomeno, però, l’uomo veniva scusato se era un professore, un medico, un avvocato, insomma un “intellettuale”.)
Non potevano esserci sovrapposizioni tra i due ruoli. Mi sono venute in mente le occhiate pietose rivolte all’uomo con la camicia stropicciata, unite all’esplicativo commento a mezza voce: “Ha divorziato, poverino…”. Già, poverino. All’annuncio che io non stiravo nulla, sia mia nonna che mia mamma (separatamente) mi hanno chiesto: “E con le camicie di tuo moroso, come farai, poverino?”. Alla mia ovvia risposta, “Beh, se vuole le camicie stirate, se le stirerà!” hanno entrambe riso scrollando le spalle, come a dire: tanto, quando si sposerà le toccherà mettersi in riga.
Lui può stirarmi quando vuole
Ma poi, cambia tanto non stirare i vestiti? Per mia esperienza, l’unica cosa che cambia è che gli abiti sono molto meno rovinati – a naso, passare un ferro rovente su un oggetto non gli fa bene. Forse cambia solo quel dettaglio che bisogna essere abituati a cogliere, quel dettaglio che rivela, grazie a un po’ di malizia negli occhi di chi guarda, se sei una persona ordinata o no. Ma come sappiamo, le apparenze sono solo apparenze, e possono esserci persone inaffidabili vestite di tutto punto. Vale la pena perdere tempo per assecondare le idee sbagliate di qualcuno? 
Più ci penso, e più stirare mi sembra inutile: mi sembra quasi un’attività inventata apposta per perdere tempo. La casalinga, per definizione, è indaffarata: che succede quindi se non trova niente da fare? Deve provare ad attaccare la mensola in soggiorno? No, è una cosa da uomini, meglio stirare le mutande. E anche le canottiere, e le lenzuola. Inutile dire che fare qualsiasi altra cosa sarebbe ben più proficuo: leggere un libro, fare ginnastica, dipingere, suonare uno strumento… ma anche imparare a piantare una vite o aggiustare un lavandino non ucciderebbe, eh! Si dovrebbe imparare a fare un po’ di tutto in modo da potersi arrangiare, non fossilizzarsi su un’attività solo perché ci si aspetta che la si faccia in quanto uomo o in quanto donna.
Insomma, pensandoci su, il ferro da stiro è proprio il simbolo che racchiude tutto ciò che io non voglio essere. Nella mia testa, stirare è il simbolo del ruolo di genere che bisogna eliminare, un ruolo imposto, fatto tutto di attività che si fanno “perché sì” e non “perché lo voglio fare io”. Per me, stirare è palesemente inutile, un lavoro indotto dal timore del giudizio altrui e dal desiderio di mostrarsi (alla gente, alla famiglia, a se stessi) come una persona precisa e accurata… senza necessariamente esserlo. Più che un semplice lavoro da fare solo se strettamente necessario (vedi gonne appallottolate in fondo all’armadio), stirare è un’attività che è stata messa su un piedistallo. E ritengo il declino del mito dello stiro tra le giovani della nostra generazione un segnale bellissimo di rottura.